Salve a tutti, vorrei parlare di qualcosa che mi sta molto a cuore: la cosiddetta “causa tibetana”.
Molti di voi certo sapranno che il Tibet è l’altopiano più grande del mondo, che c’è l’Himalaya, eccetera eccetera, ma non sapranno che una volta il Tibet, ora, purtroppo, annesso alla Cina, era uno stato libero, pieno di preziose usanze e antichissime tradizioni, governato da una nobiltà feudale e dalla chiesa, il cui sommo capo, religioso e temporale era il Dalai Lama (ne avrete sicuramente sentito parlare, e forse l’avrete pure visto in TV, è un simpatico vecchietto con gli occhiali vestito da monaco buddista), abitato da un popolo pacifico e felice, che praticava la non violenza, la cui religione (il buddismo lamaista) proibiva persino di ammazzare una formica.
Purtroppo, nel 1950, successe una cosa orribile, una tragedia dimenticata, di cui si parla pochissimo.
Ignorando le Convenzioni Internazionali nel 1950 le truppe dell'esercito della Repubblica Popolare Cinese invasero ed occuparono il Tibet, uno stato fino ad allora assolutamente indipendente e del tutto differente dalla Cina in quanto ad etnia, sistema sociale, cultura, religione e tradizioni.
Nel 1959 il Dalai Lama, prima autorità del paese, fu costretto all'esilio.
Gli ultimi 40 anni sono stati segnati da continue offese sia ordite contro il popolo tibetano che alla sua cultura.
Quello che è stato fatto subire al Tibet e al suo popolo è uno spaventoso sopruso che ripugna alle coscienze di tutte le persone libere e amanti della libertà, della pace e dei diritti umani.
Un vicino immensamente più forte sul piano del numero e della potenza militare ha consumato un vero e proprio genocidio ai danni di una nazione, quella tibetana, che aveva come unica arma la non- violenza.
Le forze d'occupazione hanno commesso e commettono tuttora numerosi e orribili atti di barbarie.
Si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell'occupazione cinese.
Nel corso della famigerata "rivoluzione culturale" (1966-1976), seimila templi (cioè la quasi totalità dei luoghi di culto) e una miriade di tesori artistici sono stati distrutti.
Alla popolazione tibetana viene negata (totalmente sino al 1980, parzialmente oggi) la pratica del Buddhismo (come del resto il Bön, l'antica religione autoctona del Tibet) e gli viene imposto l'insegnamento della lingua cinese a scapito di quella tibetana.
Mentre leggi questa pagina la tragedia tibetana continua:
ü Migliaia di tibetani sono in carcere spesso torturati barbaramente per semplici reati di opinione
ü Lingua, religione (della quale il regime vorrebbe cancellare l'influenza), storia e cultura sono negate o assurdamente falsate nei contenuti
ü Le donne di etnia tibetana subiscono continuamente un esecrabile controllo delle nascite patendo sterilizzazioni forzate e aborti, operati senza alcuna pietà anche in fase avanzata di gravidanza
ü Quello che risultava fino a pochi anni fa *ecosistema primario*, unico al mondo, è gravemente minacciato.
L'ambiente già efferatamente saccheggiato è in serio pericolo: la imponente deforestazione (che ha fruttato agli invasori vari miliardi di dollari) provoca inondazioni sempre più frequenti e devastanti, si stanno estinguendo numerose specie animali ormai uniche nel pianeta e lo sfruttamento dei terreni sta provocando una preoccupante desertificazione di vaste aree
ü Malgrado il muro di silenzio eretto dalla Cina, sappiamo che in Tibet esistono molti siti di stoccaggio e di lancio di pericolose armi nucleari
ü La situazione economica è catastrofica: il livello di vita è tra i più bassi del mondo, tanto che ai coloni e ai soldati cinesi viene dato uno status privilegiato e grossi incentivi economici
ü Il trasferimento massiccio e ininterrotto di coloni cinesi riduce i tibetani ad essere sempre più minoranza nel proprio paese.
S.S. il XIV Dalai Lama ha detto ultimamente durante un incontro: «L'unica arma che abbiamo è la Verità, vi chiedo di aiutarci a diffonderla, poiché quando la Verità è in pericolo, è in pericolo l'uomo stesso ed il mondo intero»
FATTI E CIFRE DELLA SITUAZIONE IN TIBET
Un milione e duecentomila tibetani (un quinto della popolazione) sono morti come risultato dell'occupazione cinese.
Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti in prigioni e in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune.
Le donne tibetane sono soggette a sterilizzazione forzata e a procurati aborti.
Il Tibet, un tempo pacifico stato cuscinetto tra l'India e la Cina, è stato trasformato in una vasta base militare, che ospita non meno di 500.000 soldati cinesi, e un quarto della forza missilistica nucleare cinese, valutata complessivamente in 550 testate nucleari.
Piu di seimila monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al suolo, e le loro antiche e insostituibili opere d'arte e i tesori della letteratura sono stati distrutti o venduti dai cinesi, durante le 'riforme democratiche' prima del 1966, e il rimanente durante la Rivoluzione Culturale, secondo le autorità cinesi.
La Cina in Tibet proibisce I'insegnamento e lo studio del Buddhismo. L'odierna apparenza di libertà religiosa è stata inaugurata unicamente per fini di propaganda e per il turismo.
I monaci e le monache continuano a essere espulsi dai monasteri.
Le risorse naturali del Tibet e la sua fragile ecologia stanno per essere irremediabilmente distrutte, come risultato dell'invasione cinese. Gli animali selvatici sono stati praticamente sterminati, le foreste abbattute e il terreno e stato impoverito ed eroso.
Sin dall'invasione il Tibet storico è stato diviso dalla Cina Comunista. Le province tibetane dell'Amdo, e gran parte del Kham, sono state incorporate nelle province cinesi di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan.
Nel 1960 la Commissione di Giustizia Internazionale ha rilevato in Tibet sia atti di genocidio sia l'aperta violazione di sedici articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato tre Risoluzioni di Condanna alla Cina, per 'violazioni dei fondamentali diritti umani del popolo tibetano' e ha invitato la Cina a rispettare i diritti del popolo tibetano, incluso il proprio diritto alla auto-determinazione.
La xesima sessione della Sotto-Commissione delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione 1991/L, 19, denominata 'La situazione in Tibet', il 25 agosto 1991, a Ginevra, dopo aver ricevuto ripetuti resoconti delle grossolane violazioni dei diritti umani in Tibet. La Sotto-Commissione ha dichiarato la sua "preoccupazione per le continue violazioni dei fondamentali diritti umani e libertà che mettono in pericolo la particolare identità culturale, religiosa e nazionale del popolo tibetano". Le autorità cinesi in Tibet praticano la discriminazione e la segregazione ufficialmente e apertamente.
Le cure mediche non sono accessibili a tutti e le strutture migliori sono riservate agli individui di nazionaliti cinese.
In Tibet, l'istruzione per i bambini cinesi è nettamente superiore a quella disponibile per i tibetani. Il 70% dei posti nelle strutture educative superiori è riservato ai Cinesi.
Il Tibet è controllato strettamente dal partito e dall'esercito Comunista Cinese. Pechino nomina tutti i funzionari superiori del governo e del partito, la maggior parte dei quali non parla tibetano.
I tibetani, nonostante il rischio di torture, di imprigionamento e di esecuzioni capitali, non hanno mai accettato l'occupazione cinese del loro paese. Dal settembre 1987, in tutto il Tibet si sono verificate piu di 100 dimostrazioni contro il dominio cinese, che hanno avuto come risultato piu di 450 morti e la carcerazione di migliaia di tibetani, eseguita senza un regolare processo.
L'AMBIENTE IN TIBET: UN GRIDO DI DOLORE
Visto lo stretto controllo delle informazioni mantenuto dal governo cinese, non si riescono ad avere dati precisissimi sull'ambiente in Tibet.
Recentemente in Francia S.S. il Dalai Lama ha testimoniato la progressiva e intenzionale distruzione dell'ambiente tibetano da parte dell'esercito cinese invasore.
Tenzin Gyatso ha ricordato due cose: che la lotta per la salvaguardia dell'ambiente (del suo e di tutti i paesi) è una della armi della non violenza, e che se il Tetto del Mondo "crolla", potrebbe "crollare" anche il resto del mondo.
Il territorio del Tibet è veramente unico al mondo e il Dalai Lama non è il solo a mettere in evidenza la particolare importanza che l'ecosistema tibetano rappresenta per l'Asia, e probabilmente per il mondo intero (come testimonia anche uno studio eseguito dall'Istituto di Climatologia dell'Università del Colorado).
Un altipiano sterminato a quota 4.500 metri, con montagne che arrivano agli ottomila: questo è il Tibet, il piu grande serbatoio di acqua del continente asiatico, da cui nascono il Bhramaputra, lo Yang tse Kyang, l'Indo e il Mekong.
Le montagne del Tibet hanno ospitato sino alla metà di questo secolo foreste millenarie di conifere, querce e betulle.
Fino alla invasione cinese, le foreste tibetane erano classificate come "primarie", vale a dire mai toccate dalla mano dell'uomo.
Sullo stesso territorio si è sviluppata una specifica popolazione animale e vegetale, composta da 10 mila specie di piante, 118 mammiferi, 500 volatili, 49 rettili e 61 pesci, tutte specie presenti solo in Tibet, ma tutto questo per la Cina (che ha ricavato utili per centinaia di migliaia di miliardi solo dalla vendita del legname) non ha molta importanza.
Le ragioni del millenario equilibrio dell'ecosistema tibetano sono dovute alla scarsa densità demografica (sino al 1955 gli abitanti non erano più di sei milioni) ma soprattutto alla religione buddhista, i cui dettami comprendono l'osservanza di uno stile di vita in totale armonia con la natura circostante.
Una delle ragioni per cui l'invasore cinese si sarebbe particolarmente accanito mediante una sistematica distruzione contro l'equilibrio dell'ambiente tibetano è che il suo svilimento permette di controllare meglio la zona, un'altra ragione è invece il grandioso ricavo legato alla vendita delle enormi quantità di pregiato legname.
Ogni secolare caratteristica del Tibet è stata intaccata dalla invasione cinese, in vari modi, partendo dalla demografia.
Dalla invasione del 1953 sino a oggi la popolazione, a dispetto dell'esodo massiccio e dei massacri, è aumentata: sette milioni di cinesi sono stati costretti a trasferirsi in Tibet. Per quanto riguarda la foresta primaria, secondo autorevoli studi dell'Università di Oxford i cinesi hanno sistematicamente sfruttato e spogliato, senza fare alcun rimboschimento, 220.000 kmq di boschi, che si sono ridotti oggi a 134 mila kmq².
La fauna: malgrado le raccomandazioni internazionali, che classificano come protette una trentina di specie autoctone, la caccia è stata autorizzata per tutte le specie, ed è diventata lo sport preferito dall'esercito cinese; sono stati organizzati dei safari, regolarmente denunciati in Europa da Ulrich Gruber, professore di zoologia a Mulhouse.
Per trentamila dollari è possibile abbattere un panda o lo 'zong', lo yak selvatico, la scimmia dorata o la gru dal collo nero, tutte specie ormai rarissime.
Secondo Sanjiv Prakesh, un ricercatore indiano, sono stati deviati interi corsi d'acqua, e sono state costruite dighe e centrali idroelettriche per fornire elettricità alla Cina.
Infine la nuclearizzazione: il rapporto 'nuclear Tibet' pubblicato dall'International Campaign for Tibet a cura dello statunitense John Ackerly testimonia della presenza di una grossa cittadella scientifica a qualche chilometro ad oriente del lago Kokonor, che sarebbe stata la 'madre' delle prime bombe atomiche cinesi.
Secondo molti testimoni tibetani in esilio, la zona circostante alla nota accademia sarebbe da tempo utilizzata, insieme alle acque del lago, come deposito di rifiuti radioattivi.
Benché siano passati oltre quaranta anni dalla insurrezione popolare di Lhasa nel 1959 contro l'invasione del Tibet, il governo cinese continua incessantemente una politica di chiusura totale e di brutale repressione nei confronti del popolo tibetano e della sua aspirazione alla libertà, soprattutto quella di praticare la propria religione.
I cinesi chiudono i monasteri, arrestano e sparano ai monaci; il piccolo Panchen Lama, riconosciuto per secolare tradizione dal Dalai Lama, è detenuto in luogo segreto e al suo posto è stato messo un bimbo figlio di funzionari del partito comunista cinese.
Chiunque esponga una foto del Dalai Lama rischia il lager e persino la vita. La repressione, la dittatura, il genocidio fisico e culturale continuano e anzi peggiorano, nell'indifferenza delle grandi potenze e delle Nazioni Unite.
Paradossalmente infatti, uno degli ostacoli a questa libertà è proprio l'atteggiamento dei governi occidentali.
Il rispetto dei diritti umani è uno dei valori fondamentali di ogni democrazia ma i governi delle grandi potenze, per timore di perdere il grande business favorito dal mercato di un miliardo di consumatori cinesi, si astengono dal criticare la condotta dei dirigenti della Repubblica Popolare, che non riguarda solo i tibetani ma anche le decine di migliaia di dissidenti cinesi imprigionati e uccisi
In nome di questa "real politik" le ambasciate cinesi si permettono di diffidare le nazioni che accolgono il messaggio di speranza e di pace del Dalai Lama, che per il suo costante impegno per la pace mondiale e per la salvezza dei tibetani ha ricevuto il premio Nobel.
Le grandi potenze dovrebbero considerare l'ipotesi dell'instaurazione di un blocco commerciale nei confronti della Cina, come applicato per l'Irak, per costringere i premier cinesi a rivedere le loro posizioni sul Tibet, anteponendo finalmente i valori della libertà e della democrazia agli interessi del mercato economico.
Inoltre, e questo riguarda tutti gli abitanti della terra e le future generazioni, se nei rapporti con la Cina e con il sottocontinente indiano l'Occidente mirerà unicamente al profitto, senza pensare a tecnologie alternative che rispettino l'ambiente, tra dieci quindici anni l'inquinamento prodotto da due miliardi di consumatori cinesi e indiani porterà a conseguenze sicuramente fatali per il delicato equilibrio ecologico di tutta la terra.
Sua Santità il Dalai Lama ha chiesto un aiuto per salvare il popolo tibetano, e se questo sostegno non verrà dai nostri governi dovrà venire da tutti gli uomini che amano la libertà e sostengono i valori espressi dalla cultura tibetana: la pace, la tolleranza, il rispetto e l'amore della natura e dell'ambiente, la profonda indagine dell'animo umano e molti altri ancora.
Organizzazioni come GreenPeace e Amnesty International hanno fatto molto per sensibilizzare le persone sul nucleare e sui diritti umani con azioni che spesso sono riuscite a condizionare positivamente l'operato dei governi e delle multinazionali.
Per il Tibet dovrà essere lo stesso: occorre che tutti sappiano cosa sta succedendo in Tibet, una presa di coscienza ferma e determinata che coinvolga ogni governo democratico, una azione comune di "responsabilità universale" a favore del Tibet che trascenda gli attuali seri pericoli di un cieco consumismo.
Il popolo tibetano deve riacquistare il proprio diritto alla sopravvivenza e alla libertà e la sua preziosa cultura, i cui benefici si possono estendere a tutto il genere umano, potrà di nuovo prosperare, per un vero "benessere" dell'umanità.
Inoltre vorrei puntualizzare con un discorso effettuato davanti alla Camera dei Deputati da una Tibetana in esilio (tanto per darvi un’idea):
“Gentili signori sono oggi qui a nome di
Ngawang Sangdrol, Gyalten Pelsang, Ngawang Kiyzom, Rinzen Kunsang, Ngawang Tsepak, Adhi, Ngawang Jampa, Gyaltsen Choedon, Nyima Tsamchoe, Sonam Dolkar, Lhakpa Chundak, Tashi Drolma, e di migliaia di altre donne tibetane.
Vorrei rappresentare la voce, finalmente libera, di tante donne che non hanno più un nome, né un volto. Di tante donne private del proprio futuro. Vorrei essere oggi qui la loro voce, per raccontare la reale storia della crudele oppressione militare che le ha rese vittime tra le vittime, proprio in quanto donne, colpite in tutti gli aspetti dalla dura repressione politica e del genocidio in atto nel territorio tibetano.
I pochi nomi che vi ho citato sono il simbolo di tutte le donne tibetane, sia laiche che monache, detenute e torturate semplicemente per aver espresso una opinione o per aver osato cantare l'indipendenza del Tibet, o ancora per non aver obbedito al comando di alzarsi in piedi impartito da qualche cinese.
Molte donne sono in stato di detenzione solo per aver indossato vesti tibetane, per aver rifiutato l'indottrinamento politico, o per aver manifestato fedeltà al Dalai Lama, molto spesso anche solo per aver cercato semplicemente di essere madri.
Le mani dei cinesi sulle donne tibetane sono pesanti, violente, fastidiosamente sadiche. L'arresto, specialmente delle monache, si traduce in stupri e violenze collettive, praticate spesso con micidiali bastoni elettrici e bruciature di ogni tipo. Le detenute vengono obbligate a spogliarsi davanti a tutti, picchiate, o assalite da cani feroci e così via in un crescendo di orribili perversioni che hanno, come unico scopo, quello di umiliare e distruggere sia la dignità che il senso di appartenenza ad un popolo, quello stesso popolo che per i cinesi non ha alcun diritto di esistere.
Ma le donne tibetane resistono, non si piegano.
Totalmente isolate, in quell'enorme carcere collettivo che è divenuto il Tibet, resistono, spesso eroicamente, incuranti delle conseguenze che ogni parola ed ogni gesto può avere sul loro già amaro destino. Anzi spesso sono proprio loro, quelle timide e pacifiche monache di 15, 16, 20 anni che a voi capita di veder gaiamente sorridere nelle vostre riviste, le leader che da anni guidano il movimento di resistenza non violenta praticata sia fuori che dentro le carceri. Esse sfidano i loro aguzzini in nome dei loro diritti, della libertà, li sfidano, proprio come farebbe un docile agnello di fronte ad un lupo affamato.
Ora vorrei il permesso di recitare un brevissimo canto che dice:
" Io sono in prigione ma non ho rimpianti
La mia terra non è stata venduta, è stata rubata
Per questo abbiamo pianto tante lacrime, oh, tante lacrime "
Sappiate che questo breve ed inoffensivo ritornello, circolato clandestinamente per qualche tempo nella famigerata prigione di Drapchi, è costato fino a 10 anni di pena aggiuntiva alle monache che l'avevano composto.
E' in questo modo che il Tibet sta combattendo la sua lotta per la libertà.
Non con le bombe, gli attentati, le armi, ma con la fede, i canti, le bandiere fatte sventolare dalle colline prima dell'arresto e soprattutto in nome della grande devozione al suo Leader, il Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace.
La Cina, che alcuni decenni fa dichiarò al mondo la liberazione di un Tibet feudale, dall'oppressione di imperialisti stranieri, ora non ha più scuse per le sue menzogne.
Vi chiedo: gli schiavi liberati che motivo avrebbero di ribellarsi a chi gli avesse davvero offerto benessere e libertà?
Le donne Tibetane vivono rinchiuse nelle prigioni senza sapere se ne usciranno mai, cercano di sopravvivere gloriosamente restando per lunghi periodi segregate in luridi buchi, senza acqua né luce e con pochissimo cibo, spesso avariato. Non hanno nulla per potersi scaldare e vanno avanti così, per lunghi periodi di isolamento, in celle completamente buie, vengono seviziate e picchiate senza pietà anche fino a morirne, costrette a rispondere ai loro carcerieri quando le insultano chiamandole con nomi come asino, maiale, cane… ed è così che vivono la loro prigionia: sole, nude ed indifese di fronte ai loro torturatori.
Le donne tibetane sono private del diritto di essere madri, vengono sterilizzate a loro insaputa oppure con la forza, spesso sono costrette ad abortire e a subire trattamenti peggiori di quelli riservati alle bestie, senza anestesia , con l'utilizzo di bastoni elettrici, non importa se il feto è un bambino già completamente formato.
Inoltre, se nonostante l'iniezione letale il bambino fuoriesce vivo, viene soppresso subito dopo, e spesso mentre la madre ascolta il suo primo innocente vagito. Dopo un po' le comunicano che è morto.
L'aborto e la sterilizzazione forzata sono problemi veramente seri sia per la gravità che per la frequenza.
Solo nel vicino 1997 si è avuta notizia di ben 883 casi di questo tipo subiti dalle donne tibetane; in alcuni di questi casi le donne hanno partorito bambini già morti e in altri le tibetane sottoposte a sterilizzazione sono decedute.
Le rigide misure di controllo delle nascite sono applicate in diverse zone del Tibet a tutte le donne in età compresa tra i 16 e i 45 anni.
Il destino di una mamma in Tibet è completamente nelle mani del Governo centrale e di quello regionale. Quello centrale decide il tasso annuo consentito di crescita globale, quello regionale le nascite ammesse localmente e le donne che possono averne diritto.
Spesso il destino è legato ad una lotteria. Una coppia che vuole un bambino, sempre ammesso che sia stato loro accordato il diritto di contrarre matrimonio, deve tentare la sorte affidandosi ad un sorteggio comunale. Se è fortunata potrà avere il figlio. Se va male dovrà perdere anche quello che eventualmente porta in grembo e poi attendere altri tre anni per avere un'altra occasione.
Ecco come vivono ora le donne "liberate dalla schiavitù" grazie ai Cinesi.
Sotto la dominazione cinese, quelle che prima potevano essere considerate come le donne più emancipate dell'Asia, si trovano al livello più infimo della scala sociale. Di fatto, non hanno accesso all'istruzione, né a cure mediche o a qualsiasi tipo di attività professionale.
Ora si che possono considerarsi davvero schiave tra gli schiavi… e gli schiavisti sono proprio quelli che ebbero il coraggio di dire al mondo di averci liberati.
Ma chi ci libererà ora da questa vera schiavitù?
Chi avrà il coraggio ora di affrontare questa tanto potente quanto dispotica Cina?
Quale sarà il nostro destino?
Dovremo estinguerci silenziosamente? Lasciare che il genocidio si compia restando a guardare in religioso silenzio?
Abbiamo però il dovere di dire che la Cina ha di fatto offerto un nuovo sbocco professionale alle donne tibetane. Ad alcune per esempio, viene fatto credere di essere state assunte nell'Esercito popolare di liberazione, queste si illudono di entrare magari come impiegate o segretarie ma scoprono ben presto di essere solo prostitute di stato il cui unico compito è far divertire i militari pervertiti.
Una di queste, Lhakpa Chungdak, ha raccontato la sua storia. Assunta nel P.L.A. ancora 14enne non riuscì a credere alle proprie orecchie. Ingenua e piena di gioia iniziò il suo lavoro che presto diventò il peggiore degli incubi: stupri, prima singoli, poi di gruppo, gravidanze indesiderate e poi aborti, tanti. E i Cinesi oltretutto la minacciavano dicendole di non lamentarsi. Questo è l'impiego che l'esercito cinese offre ad una ragazza Tibetana.
Ngawang Sangdrol, Gyalten Pelsang, Ngawang Kiyzom, Rinzen Kunsang, Ngawang Tsepak, Adhi, Ngawang Jampa, Gyaltsen Choedon, Nyima Tsamchoe, Sonam Dolkar, Lhakpa Chundak, Tashi Drolma, ho portato la vostra voce al di là dell'Himalaya perché arrivi alle orecchie di tutti gli esseri umani che credono nell'uomo e nell'umanità.
Aiutateci!
L'unica cosa che vi chiediamo è aiutare un popolo innocente ignobilmente calpestato nella propria dignità.
Potete contribuire semplicemente diffondendo la verità, portandola ad amici e parenti.
Aiutateci a far conoscere a tutti la vera, dolorosa storia, vissuta dal popolo tibetano
Una realtà che ora ha anche un nome: la causa tibetana...
Noi crediamo nell'umanità e pensiamo che nessuno può tacere o far finta di niente di fronte ad ingiustizie così evidenti, ogni tibetano attende pazientemente e rispettosamente anche il vostro aiuto!
Aiutare un popolo a sopravvivere è un dovere di tutti, perché vivere è un diritto di tutti!
Grazie per aver ascoltato le mie parole
Tashi delek
- una rifugiata tibetana – “
Vi prego, copiate su Word questo mio appello, e leggetevelo con calma. Aiutate a diffondere la notizia di questi orribili accadimenti e ricordate che mentre state leggendo questi soprusi vengono ancora commessi. Diffondete questo messaggio su Intenet, se avete dei Siti, copiate e mettete il vostro nome sotto il mio in fondo alla schermata. Diffondeteli sui vostri blogs, sui vostri forum, e se vi pare anche via E-mail, anche se io non ripongo eccessiva fiducia in esse.
Ho scelto questo blog perché è molto visitato, e non ho usato le E-Mail, perché spesso esse vengono ignorate.
Se qualche anima buona ha voglia di tradurre quanto ho scritto sopra, e mandarlo su Internet a viaggiare anche per diffondere le notizie di questi orrendi crimini perpetrati dalla Repubblica Popolare Cinese ai danni del pacifico popolo tibetano all’estero, farete qualcosa per la vostra coscienza, e aiuterete ogni singolo tibetano in esilio, e anche nel proprio paese. Per quanto la cosa possa risultare strana, il vaticano non ha fatto né detto nulla a proposito della Causa Tibetana, e se non l’ha fatto cinquantaquattro anni fa, perché dovrebbe farlo ora? Quindi tocca a noi. Tocca a noi aiutare il popolo tibetano e il Dalai Lama.
E confido che un giorno i tibetani potranno valicare i loro passi Himalayani a testa alta su un paese libero, dicendo con orgoglio “GLI DEI VINCERANNO!”.
Baci
Arlieen Greenleaf Luce nel Buio (alias Godric Aly Hildegard Artemide Gryffindor)
